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31 gennaio - Il giorno in cui gli USA abolirono la schiavitù

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  • 3 giorni fa
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(English Below)

Il 31 gennaio non indica soltanto l’abolizione giuridica di una pratica storica, ma apre una riflessione sulla distanza tra il superamento formale della schiavitù e la concreta realizzazione della libertà. Dalla fine della schiavitù legale alle persistenti forme di coercizione: quando il mutamento normativo non coincide con un effettivo riequilibrio dei rapporti di potere.

Perché una data di oltre un secolo fa continua ad insegnare ancora oggi? È noto che il 31 gennaio 1865 il Congresso degli Stati Uniti abbia ratificato il XIII emendamento, che ha abolito la schiavitù. Questa data viene spesso ricordata come un momento decisivo nella storia americana, quasi come se segnasse una rottura netta con il passato. Tuttavia, è più corretto parlare di storia documentata, anziché di una storia tramandata. È stato il culmine di anni di rottura politica, squilibri sociali, collasso dell'ordine nella guerra civile e le guerre che seguirono. La fine legale della schiavitù non significò automaticamente la fine delle discriminazioni e delle disuguaglianze, pertanto, questa data simbolica dovrebbe segnare non solo il fatto di rilevanza, ma anche un vessillo di lotte e conquiste persistenti; oggi più che mai. A distanza di più di un secolo possiamo veramente dire che la schiavitù sia stata eliminata? Considerando il termine in senso stretto possiamo dire che la schiavitù, per come si è manifestata nel corso della storia, non esiste più; ciononostante, considerando il termine con un’accezione più ampia, si può notare che ora più che mai è diffuso il concetto di « essere schiavi del proprio lavoro ». Nella società attuale, la carriera e il percorso lavorativo hanno preso il sopravvento sulla vita privata tanto da rendere le persone schiave del proprio lavoro: si vive per lavorare piuttosto che lavorare per vivere. Sul piano giuridico, l’abolizione della schiavitù nel XIX secolo ha sancito il principio secondo cui nessun essere umano può essere considerato proprietà di un altro. E nonostante nella società contemporanea emergano indubbiamente nuove forme di assoggettamento - come quella legata al lavoro, che può certamente limitare la libertà individuale - è comunque possibile affermare che, « in senso stretto », la schiavitù era stata in quel momento abolita. Il XIII Emendamento alla Costituzione formalizza questa idea negli Stati Uniti, vietando la schiavitù e la servitù involontaria, « except as a punishment for crime ». Processi abolizionisti simili si sono sviluppati negli stessi anni in Europa e in altri territori coloniali. Malgrado ciò, la cessazione della condizione giuridica di schiavo non ha portato all’estinzione definitiva di tutte le forme di coercizione lavorativa. L'abolizione ha seguito l'introduzione di regimi di lavoro in molti contesti coloniali. Per questo, benché fossero ufficialmente distinti dalla schiavitù, questi regimi continuavano a limitare decisamente la libertà personale dei lavoratori. Dal punto di vista giuridico, occorre fare distinzione tra lavoro forzato - azione coercitiva - e schiavitù, considerata piuttosto come un'istituzione legittima. Mentre la schiavitù implica la proprietà legale di una persona, il lavoro forzato può sussistere anche in assenza di tale proprietà, attraverso l’imposizione di obblighi lavorativi sostenuti da sanzioni legali o da condizioni di dipendenza economica (« The Legal Understanding of Slavery: From the Historical to the Contemporary », Allain, 2012). Non esisteva un sistema di diritti del lavoro prima dell'abolizione della schiavitù nei territori coloniali britannici, francesi e belgi. La libertà personale non era accompagnata da garanzie concrete come la libertà di movimento, la possibilità di rescindere un contratto o l'accesso a tutela giurisdizionale. In assenza di tali mezzi, le autorità coloniali svilupparono nuovi mezzi di regolamentazione per mantenere la produzione agricola. Ad esempio, i codici del lavoro indigeno in Africa occidentale e centrale imponevano obblighi lavorativi ai residenti locali. Un caso emblematico è quello del Code de l’Indigénat francese, applicato a partire dalla fine del XIX secolo, che consentiva l’imposizione di lavori obbligatori e sanzioni amministrative senza pieno controllo giudiziario (« Decolonization and African Society: The Labor Question in French and British Africa », Cooper, 1996). Similmente, furono adottate politiche di tassazione monetaria dell'Africa orientale britannica, come la hut tax, costringendo la popolazione locale a lavorare nelle piantagioni o nei cantieri coloniali per ottenere il denaro necessario al pagamento delle imposte. Sebbene il lavoro fosse formalmente retribuito, la coercizione fiscale limitava drasticamente la libertà di scelta (« Citizen and Subject: Contemporary Africa and the Legacy of Late Colonialism », Mamdani, 1996). Per di più, elemento giuridico essenziale in questi sistemi era il consenso contrattuale. I contratti di lavoro nelle piantagioni coloniali erano spesso lunghi e difficili da rescindere. Il mancato adempimento poteva portare a sanzioni penali, trasformando un obbligo civile in una vera e propria forma di costrizione giuridica. Tuttavia, il consenso è viziato in queste circostanze, in quanto deriva innegabilmente da una situazione di urgenza finanziaria e di minaccia di punizione. Non solo le norme, ma anche le istituzioni erano simili al passato schiavista. Gli apparati amministrativi e giudiziari coloniali, in molti casi, rimasero invariati dopo l’abolizione, applicando nuove leggi con la stessa finalità di controllo della forza lavoro. Come osserva Frederick Cooper in « Colonialism in Question: Theory, Knowledge, History » (2005), l’abolizione produsse una ristrutturazione formale del diritto del lavoro, ma senza una reale redistribuzione del potere. Solo a partire dal XX secolo il diritto internazionale ha cominciato ad adottare misure più severe riguardo al lavoro forzato. Un punto di svolta fu l’adozione della Convenzione OIL n. 29 sul lavoro forzato (1930), che descrisse tale pratica come «ogni lavoro o servizio estorto a una persona sotto la minaccia di una pena e per il quale la persona non si sia offerta spontaneamente». Nonostante fosse apparentemente legale all'epoca, questa definizione consente di ricondurre molte pratiche coloniali dopo l'abolizione all'interno del significato del lavoro forzato. Le piantagioni coloniali africane tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo mostrano dunque come il lavoro forzato sia continuato anche dopo l'abolizione della schiavitù. La produzione agricola in questi luoghi richiedeva manodopera stabile e a basso costo, pratica formalmente eliminata con l'abolizione della schiavitù. La raccolta forzata del caucciù e il sistema delle concessioni agricole nel Congo Belga, ad esempio, obbligavano i residenti locali a lavorare. Sebbene la schiavitù fosse ufficialmente vietata, il mancato rispetto delle quote di produzione poteva comportare punizioni severe, comprese sanzioni corporali e detenzioni (« King Leopold’s Ghost », Hochschild, 1998). Dal punto di vista giuridico, il lavoro non era ufficialmente espressione di schiavismo, ma la coercizione esercitata dalle autorità coloniali ne comprometteva la natura volontaria. In Africa occidentale francese, il lavoro obbligatorio nelle piantagioni e nelle infrastrutture pubbliche fu regolamentato attraverso decreti amministrativi che imponevano periodi annuali di lavoro ai residenti locali. Tali obblighi erano giustificati come doveri civici, ma di fatto configurano una limitazione sistematica della libertà personale (« Decolonization and African Society: The Labor Question in French and British Africa », Cooper, 1996). I lavoratori africani venivano costretti alle piantagioni anche nell'Impero britannico - in paesi come il Kenya e l'Uganda - attraverso una combinazione di tassazione, contratti coercitivi e restrizioni alla mobilità. Il lavoro formalmente libero era la soluzione obbligata quando non c'erano alternative economiche. Dal punto di vista giuridico, questi sistemi evidenziano una divisione tra legalità formale e libertà sostanziale. Sebbene le leggi coloniali in vigore consentissero il lavoro, non erano in linea con i principi che avevano portato alla fine della schiavitù già nel XIX secolo. La coercizione non si basava più sulla proprietà personale, ma su un insieme di responsabilità fiscali, penali e contrattuali. La lettura di questi casi, in relazione alle convenzioni internazionali moderne, consente di vedere chiaramente come molte pratiche coloniali successive all'abolizione siano ancora collegate al concetto di lavoro forzato. Ciò non toglie il fatto che questo non dovrebbe trattarsi di un giudizio formulato col senno di poi, bensì di una valutazione giuridica condotta alla luce degli attuali standard del diritto internazionale.


di C. Baylon, R. Cipollone, R. Marincola


A person with "FREEDOM" on tape over their mouth, surrounded by torn paper edges. Text: World Human Rights Day, Briefly. Serious mood.


December 10th - World Human Rights Day


31 January does not merely indicate the legal abolition of a historical practice, but opens a reflection on the distance between the formal overcoming of slavery and the concrete realization of freedom. From the end of legal slavery to persistent forms of coercion: when normative change does not coincide with an effective rebalancing of power relations.

Why does a date from more than a century ago continue to teach us something even today? It is said that on 31 January 1865 the United States Congress ratified the Thirteenth Amendment abolishing slavery. This date is often remembered as a decisive moment in American history, almost as if it marked a clear break with the past. However, it is more precisely a case of documented history rather than history “as lived.” It was the culmination of years of political rupture, social imbalances, the collapse of order during the Civil War, and the wars that followed. The legal end of slavery did not automatically mean the end of discrimination and inequality; therefore, this symbolic date should mark not only a moment of historical relevance, but also a banner of ongoing struggles and achievements, now more than ever. More than a century later, can we truly say that slavery has been eliminated? If we consider the term in a strict sense, we can say that slavery, as it manifested itself throughout history, no longer exists; nevertheless, if we consider the term in a broader sense, it can be observed that today more than ever the idea of “being slaves to one’s own work” is widespread. In contemporary society, careers and professional paths have taken precedence over private life to such an extent that people become slaves to their work: one lives to work rather than working to live. From a legal perspective, the abolition of slavery in the nineteenth century established the principle according to which no human being can be considered the property of another. And although in contemporary society new forms of subjugation undoubtedly emerge - such as those linked to work, which can certainly limit individual freedom - it is nevertheless possible to state that, “in a strict sense,” slavery had at that moment been abolished. The Thirteenth Amendment to the Constitution formalizes this idea in the United States, prohibiting slavery and involuntary servitude, “except as a punishment for crime.” Similar abolitionist processes developed in the same years in Europe and in other colonial territories. Despite this, the cessation of the legal condition of slavery did not lead to the definitive extinction of all forms of labor coercion. Abolition was followed by the introduction of labor regimes in many colonial contexts. For this reason, although officially distinct from slavery, these regimes continued to severely limit the personal freedom of workers. From a legal point of view, it is necessary to distinguish between forced labor - coercive action - and slavery, considered rather as a legitimate institution. While slavery implies the legal ownership of a person, forced labor can exist even in the absence of such ownership, through the imposition of labor obligations supported by legal sanctions or conditions of economic dependency (“The Legal Understanding of Slavery: From the Historical to the Contemporary,” Allain, 2012). There was no system of labor rights prior to the abolition of slavery in British, French, and Belgian colonial territories. Personal freedom was not accompanied by concrete guarantees such as freedom of movement, the possibility of terminating a contract, or access to judicial protection. In the absence of such means, colonial authorities developed new regulatory tools to maintain agricultural production. For example, indigenous labor codes in West and Central Africa imposed labor obligations on local residents. An emblematic case is that of the French Code de l’Indigénat, applied from the end of the nineteenth century, which allowed the imposition of compulsory labor and administrative sanctions without full judicial oversight (“Decolonization and African Society: The Labor Question in French and British Africa,” Cooper, 1996). Similarly, monetary taxation policies were adopted in British East Africa, such as the hut tax, forcing local populations to work on plantations or colonial construction sites in order to obtain the money necessary to pay taxes. Although the work was formally paid, fiscal coercion drastically limited freedom of choice (“Citizen and Subject: Contemporary Africa and the Legacy of Late Colonialism,” Mamdani, 1996). Moreover, a key legal element in these systems was contractual consent. Labor contracts on colonial plantations were often long and difficult to terminate. Failure to comply could lead to criminal sanctions, transforming a civil obligation into a true form of legal coercion. However, consent is flawed in these circumstances, as it undeniably derives from a situation of financial urgency and threat of punishment. Not only the rules, but also the institutions were similar to the slaveholding past. Colonial administrative and judicial structures, in many cases, remained unchanged after abolition, applying new laws with the same objective of controlling the labor force. As Frederick Cooper observes in Colonialism in Question: Theory, Knowledge, History (2005), abolition produced a formal restructuring of labor law, but without a real redistribution of power. Only from the twentieth century onward did international law begin to adopt stricter measures regarding forced labor. A turning point was the adoption of ILO Convention No. 29 on Forced Labour (1930), which defined the practice as “all work or service which is exacted from any person under the menace of any penalty and for which the said person has not offered himself voluntarily.” Although it appeared legally acceptable at the time, this definition makes it possible to classify many colonial practices after abolition within the meaning of forced labor. African colonial plantations between the end of the nineteenth and the beginning of the twentieth century thus show how forced labor continued even after the abolition of slavery. Agricultural production in these areas required a stable and low-cost workforce, a practice formally eliminated with the abolition of slavery. The forced collection of rubber and the system of agricultural concessions in the Belgian Congo, for example, compelled local residents to work. Although slavery was officially prohibited, failure to meet production quotas could result in severe punishments, including corporal sanctions and detention (King Leopold’s Ghost, Hochschild, 1998). From a legal standpoint, the labor was not officially an expression of slavery, but the coercion exercised by colonial authorities compromised its voluntary nature. In French West Africa, compulsory labor on plantations and public infrastructure was regulated through administrative decrees imposing annual periods of work on local residents. These obligations were justified as civic duties, but in fact constituted a systematic limitation of personal freedom (“Decolonization and African Society: The Labor Question in French and British Africa,” Cooper, 1996). African workers were also forced into plantations in the British Empire—in countries such as Kenya and Uganda—through a combination of taxation, coercive contracts, and restrictions on mobility. Formally free labor became the only available solution when there were no economic alternatives. From a legal perspective, these systems highlight a divide between formal legality and substantive freedom. Although the colonial laws in force permitted labor, they were not consistent with the principles that had led to the end of slavery already in the nineteenth century. Coercion was no longer based on personal ownership, but on a set of fiscal, penal, and contractual obligations. The analysis of these cases, in relation to modern international conventions, clearly shows how many colonial practices following abolition remain connected to the concept of forced labor. This does not mean that such practices should be judged solely with hindsight, but rather that they should be evaluated legally in light of current standards of international law.


by C. Baylon, R. Cipollone, R. Marincola


A person with "FREEDOM" on tape over their mouth, surrounded by torn paper edges. Text: World Human Rights Day, Briefly. Serious mood.

 
 
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